La Legione Pendolaria. Storie e avventure della centuria Bovinum-Otium

| di Stefano Carpedi
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Ricordo ancora la gioia che provai quando firmai il mio contratto di lavoro presso una impresa milanese.
Finalmente avevo anche io la mia scrivania in centro, avrei mangiato fuori tutti i giorni e vissuto l’atmosfera cosmopolita della grande città. Sognavo ad occhi aperti di passeggiare verso l’ufficio incontrando masse di studenti in erasmus, fermarmi al semaforo con delle modelle texane e udire non solo la mia lingua per strada, ma anche altre, con una normalità che solo nei film doppiati male puoi godere.
Così è stato, il problema è che nessuno mi aveva detto del purgatorio che dovevo vivere ogni giorno per raggiungere questo paradiso.

Il nostro è un paese piccolo, che conta qualche fermata di autobus, conosciuta solo da chi la usa. Non abbiamo né tram e né taxi, qualcuno sognava di interrare le ferrovie per regalarci la metropolitana, senza però riuscirci. Gli utenti dei pullman sono quasi esclusivamente studenti che utilizzano il mezzo per recarsi verso “i moderni centri di riconversione di cervelli adolescenziali”.
Girare per Bovisio Masciago lo si può fare tranquillamente a piedi o in bici, l’auto diventa già più problematica essendo questo un paese dove le strade e i loro sensi unici sono pensati per chi deve andarsene e non per chi va solo dall’altra parte del villaggio.

Da studente ho sempre preferito usare il velocipede o chiedere passaggi in auto quando possibile. L’autobus non era bello e spesso scomodo: una giungla mobile senza sedie ma con tante liane cui appendersi. L’unico imprevisto possibile era l’arrivo del controllore e in sei anni di scuola superiore (5+1 di approfondimento) l’ho visto tre volte, senza peraltro provare emozione alcuna.

Sono andato a lavorare a Milano, nonostante già lavorassi a Desio, perché il treno era più economico della macchina e lo immaginavo più emozionante.
Devo essere onesto e fare un piccolo inciso, perché già lavorai per sei mesi a Milano, nel 2010. Allora ero giovane, spensierato e facevo orari comodi che mi evitavano le fasce “calde” con il massimo afflusso di gente e di disagi
Avevo udito molti racconti, miti e leggende dei viaggi pendolari. L’idea di recarmi in stazione per “lavoro” e non per diletto mi faceva sentire grande, oltre che pendolare.
Ho scoperto tantissime cose, ad esempio come un libro può diventare la tua migliore compagnia e le cuffie del lettore mp3 un ottimo scudo dalle avversità esterne.

Ho sempre visto la stazione come il luogo dove si fa un altro passo verso la maturità, un porto di mare in un paese senza spiagge. Il contatto verso un universo dove nessuna bussola d’oro ti può guidare.
Ho iniziato a frequentare la stazione con una razionale quotidianità, rendendomi conto di che pazzo mondo sia i nostro. Un universo talmente estremo che neppure un film di Mel Brooks ai tempi d’oro potrebbe raccontarlo con realismo e per proteggermi dalla violenza di questo porto mi sono ritirato nella mia immaginazione.

Ho immaginato che il treno fosse un “verme della sabbia” del pianeta Arrakis, grazie al quale popolazioni e tribù della Terra di Mezzo viaggiano verso la loro Mordor. Potrei elencare infinite categorie di esseri, che incontro in treno, ma per obbligo di “etichetta” parlerò dell’evoluzione del pendolare da novello a giovane esperto, sfruttando e copiando dai mondi immaginari che riempiono le attese infinite sui sedili scomodi dei vermoni.

La prima volta che ho preso il treno per andare al lavoro mi sono sentito come uno hobbit che lascia la Contea verso una nuova avventura, che so già, si ripeterà ogni giorno per tutta la dannata durata del mio contratto di lavoro. La cosa in assoluto più bella sono gli occhi increduli di chi vede per la prima volta un treno che dopo una fermata è già rigonfio di persone.
Rivedo lo hobbit che ero negli occhi di quelle giovani matricole universitarie che viaggiano verso gli atenei e capiscono che l’ansia non deriva dagli impellenti esami, ma dalla eterogena realtà che vive nel verme di Arrakis. Gli hobbit li potete riconoscere da come evitano di sedersi di fianco ad altre persone, preferendo, forse per educazione, un viaggio in piedi solitario piuttosto che condividere il sedile con qualcuno. Comportamento diverso dagli orchi, che come me si avventano sui sedili liberi sbavando per la rabbia se per caso qualcuno li occupa con una borsa o un indumento.

Dovete sapere che il mio universo immaginario di vita pendolare è governato dalla sua “fisica”. Di questa fisica fanno parte le “Leggi del moto pendolare”, un numero imprecisato e variabile di leggi fisiche che dominano il mondo nella mia testa.
Una di queste leggi dice che:
"Ovunque tu il treno prenderai,
sedere non potrai,
perché la fatica patirai
e persone da ovunque già comode spuntare tu vedrai"

Oltre gli hobbit, ci sono gli elfi universitari, ragazzi e ragazze che hanno accumulato un’esperienza alla quale sommano le conoscenze derivate dai loro studi. Loro sanno come muoversi, sanno sempre che treno prendere e quando, quelli più anziani spesso hanno doti da veggenti tali da sapere anche il ritardo del treno. Loro spesso sono guardati con invidia da noi orchi, che certe conoscenze le abbiamo imparate direttamente in battaglia.
Gli orchi, i troll e altre specie, le si possono riconoscere da come non rispettano la legge del moto pendolare:
‘ Prima si scende e poi si sale’
Siamo mossi dalla fretta dell’orologio e quando il treno fa ritardo ce ne freghiamo dell’ufficio ma siamo scocciati di aver perso la possibilità di bere il cappuccino in quel bar dove lavora quella cameriera tanto carina, tanto gentile, tanto scollata.

Viaggiare sui treni, non è solo un’ odissea, ma anche una epica battaglia alle porte di Ilio. Ogni volta che un treno apre le porte, un’orda di orchi, hobbit, umani e elfi si scontra con un’altra armata di simile composizione con un unico obbiettivo: attraversare il campo nemico fino alla meta. Come legionari romani prendiamo zaini e cartelle e li usiamo come scudi mentre nelle retrovie innocenti vecchiette mulinano borse, aiutate da giovani studenti superiori che bigiano e usano i loro righelli come sciabole moderne. Alla fine vincono tutti e ognuno va per la sua strada.

Quando ho firmato il contratto a Milano non pensavo di andare incontro ad avventure tanto epiche. Non pensavo di incontrare (H)omero, ne di divenire protagonista di una sua avventura. Viaggiare rimarrà sempre una cosa bellissima, è nella natura dell’uomo, con molteplici significati introspettivi.
L’importante è portarsi dietro un pezzo di Bovisio Masciago, per questo - mentre vi scrivo-  sto pensando di staccare un “sanpietrino” da piazzetta Mozart.

Stefano Carpedi

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